ΤΑ ΚΕΛΛΙΑ ΤΗΣ ΤΗΝΟΥ

ΤΑ ΚΕΛΛΙΑ ΤΗΣ ΤΗΝΟΥ
Και στα Κελλιά με χρώματα άσπρα και ήλιο μεθούν

lunedì 12 novembre 2018

Ioannis K. Chassiotis (Professore Emerito dell’Università di Salonicco), I Greci di Napoli e dell’Italia meridionale: organizzazione, ideologia e integrazione (SAIA, Atene, 9 nov. 2018)







Prima di iniziare, consentitemi di ringraziare calorosamente l’Ambasciata d’Italia ad Atene, che in collaborazione con l’ospitale Scuola Archeologica Italiana di Atene ha preso la lodevole iniziativa di organizzare l'evento di questa sera. La scelta di coinvolgermi in qualità di relatore in occasione delle celebrazioni per il mezzo millennio di storia della comunità ellenica di Napoli a partire dalla sua simbolica costituzione è per me motivo di particolare onore. Apprezzo anche che questa sera si promuova la conoscenza del percorso nella storia di un focolaio ellenico della penisola italiana non particolarmente conosciuto (rispetto, ad esempio, ai casi analoghi di Venezia, Trieste e Livorno). Questa promozione deve molto al collega Ghiannis Korinthios, il vero storico contemporaneo della comunità ellenica di Napoli. Pongo l’accento sul «contemporaneo», poiché il mio impegno rispetto al tema oggetto di discussione è in un certo qual modo «datato»: ho visitato Napoli per la prima volta 55 anni fa, nell’estate del 1963, quando mi fu necessario lavorare alla mia tesi di dottorato, appoggiandomi per un certo periodo di tempo alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Fu allora che ebbi modo di visitare la storica chiesa dei Santi Pietro e Paolo e di vedere quanto si conservava dell’archivio della comunità. Sono trascorsi molti anni da allora e ho scritto un buon numero di contributi sui volti e sugli eventi di Napoli, ma nel frattempo la lunga storia di questa comunità ellenica è divenuta oggetto di studio da parte di più giovani ricercatori. Studiosi greci e italiani, tra i quali si distingue Ghiannis Korinthios, autore di una aggiornata monografia in lingua italiana e ormai stabilmente residente a Napoli e non solo di passaggio dalla città, come me.  Stimolato dunque da tale densità di documentazione (in modo particolare sul tardo XIX e sul XX secolo grazie alle ricerche di Korinthios), questa sera proverò a presentare, nella maniera più sintetica possibile, le principali fasi della plurisecolare storia di questo relativamente piccolo focolaio della Diaspora ellenica, concentrandomi sulla sua organizzazione e sulla sua evoluzione demografica, ma anche sul ruolo (rilevante a dispetto delle sue dimensioni) che esso ha giocato nell’ambito del movimento nazionale neoellenico, senza mancare naturalmente di fare riferimento alle relazioni dei suoi membri con l’ambiente italiano.
La presenza ellenica a Napoli e più in generale nell’Italia meridionale ha certamente radici antichissime: dal periodo arcaico con la fondazione dell’insediamento di Partenope e, successivamente, della città di Neapolis nell’area dell’attuale capoluogo campano, per arrivare ai cinque secoli di incorporazione nella rete territoriale dell’Impero di Bisanzio. 
Quest’ultimo è un dato da tener presente, al fine di comprendere anche la diversa provenienza dell’elemento greco del Mezzogiorno d’Italia, dove ancora oggi possiamo parlare di una davvero peculiare –almeno sotto il profilo culturale– stratificazione anche del potenziale umano nel microcosmo della comunità ellenica. Al sostrato costituito dagli ellenofoni dei movimenti “coloniali” antichi si aggiunsero nuovi migranti del periodo bizantino, ai quali si sovrapposero, alcuni secoli dopo (dalla metà del XV secolo in poi), i fuggiaschi e i rifugiati provenienti dall’Oriente conquistato dai Turchi, sulle cui comunità si innestarono in seguito i figli della Diaspora ellenica contemporanea. È necessario chiarire, tuttavia, che, contrariamente a quanto spesso percepito in Grecia, tale stratificazione etnica, sociale e culturale del Meridione d’Italia costituisce ancora oggi una realtà viva (per quanto certamente indebolita) a livello linguistico (per la gioia dei glottologi), ma anche sul piano cultuale (croce e delizia degli storici delle religioni). E, come se non bastasse, a questo quadro composito dal tardo Medio Evo e almeno fino al XVII secolo si aggiunse un ulteriore elemento: quello del bilinguismo (greco e arvanitico/arbëresh) di una parte consistente degli emigranti correligionari, che dai Balcani meridionali caduti in mano turca fuggirono verso la penisola italiana alla disperata ricerca di sicurezza e di migliori condizioni di vita presso altre nazioni cristiane. Da questo fenomeno (che può affascinare gli antropologi, ma che potrebbe toccare profondamente anche i nazionalisti) credo che sia dipeso in larga misura anche il livellamento etnico dell’elemento greco ortodosso dell’Italia meridionale: in un periodo, durante il quale l’identità nazionale era ancora fluida, furono integrate nello stesso raggruppamento etnico popolazioni con tradizioni etniche, religiose e culturali completamente divergenti le une dalle altre, sia che queste provenissero dall’Albania meridionale o dall’Epiro e dal Peloponneso o ancora dall’Eptaneso, da Creta e da Cipro.
Lasciando da parte aspetti così specifici (che potrebbero confondere eccessivamente quanti non abbiano particolare confidenza con la storica polisemia dei popoli del Mediterraneo), passiamo ora alla Storia: il periodo più recente della presenza ellenica a Napoli e nel suo entroterra ha inizio con l’insediamento sporadico di Greci in fuga (soprattutto militari e aristocratici) poco prima e subito dopo la Caduta di Costantinopoli (1453). Già a partire dal 1460 ad alcuni di essi era stato concesso l’usufrutto di baronie, villaggi, abitati o fortezze: a Manuel Palaiologos a San Pietro in Galatina, a Pavlos, Gheorghios e Andronikos  Rallis a Taranto, a Ioannis Rallis a Troia e a Thomas Asanis Palaiologos in Calabria.  Pochi anni dopo il re Ferdinando I trasferì in Puglia dal Peloponneso per la prima volta un corpo scelto, divenuto noto nella storia militare come milizia degli «stradioti», i quali non solo rappresentarono il primo nucleo della comunità greco-ortodossa di Napoli, ma le conferirono sin dalle origini specifiche caratteristiche sociali. Nel 1518 Thomas Asanis Palaiologos, figura di spicco ormai della società napoletana («tenuto sempre fra primi del Regno», secondo l’annalista del XVII secolo Carlo de Lellis), edificò la prima piccola chiesa ortodossa, promuovendo così l’«inaugurazione ufficiale» della storia moderna della comunità. La difesa, tuttavia, nel 1526 dei titoli di proprietà dei suoi parenti sulla chiesa fu all’origine, come vedremo, di non poche peripezie per la comunità. Ad ogni modo quella piccola cappella (ristrutturata e più volte ricostruita dalle fondamenta negli anni successivi come vero e proprio tempio degli Apostoli Pietro e Paolo) sarebbe divenuta la prima chiesa greco-ortodossa nella storia della Diaspora neoellenica (i lavori per la costruzione dell’importante chiesa di Aghios Gheorghios a Venezia ebbero inizio dieci anni più tardi e furono portati a termine nel 1573).  
I movimenti migratori collettivi dei Greci verso Napoli continuarono nel tempo a prescindere dai cambiamenti ai vertici di quel territorio, sotto dominio straniero per secoli fino al 1861 con l’annessione al Regno d’Italia. Vorrei ricordare che il «Reame» (termine con il quale fu comunemente appellato attraverso i secoli il Regno di Napoli) fu conquistato in successione dai Francesi, dagli Aragonesi, dagli Spagnoli (per oltre tre secoli), dagli Austriaci e nuovamente dai Francesi, passando sotto lo scettro di diverse case reali: quelle degli Anjou/d’Angiò, dei Valois, dei Trastámara, degli Asburgo, dei Borbone,  dei dominatori “di nuovo conio” napoleonici e dei Savoia. Il frequente cambio del regime dominante, fenomeno in buona parte responsabile anche delle divergenti condizioni sociali che regnarono per secoli nel Meridione d’Italia, non favorì lo sviluppo economico e culturale dell’elemento greco della regione. In particolare nelle campagne l’evoluzione sociale della maggior parte dei fuggitivi scampati all’avanzata dei Turchi cadde nella morsa del regime feudale dei baroni locali, risultando costretta ad un’integrazione parziale (come d’altra parte il resto delle popolazioni italiane) attraverso l’impiego nel settore agricolo (in condizioni penose) o mediante arruolamento nell’esercito (con migliori prospettive). E solo nei centri urbani, particolarmente a Napoli, si notano (già a partire dall’inizio del XVI secolo) esempi di una certa attività economica e culturale. 
Ma il grande stravolgimento nella storia della comunità ebbe luogo negli anni 1533-1534 con il trasferimento in massa, con l’appoggio delle flotte spagnola e genovese, in Italia meridionale e in Sicilia di circa quattromila cittadini di Corone (ma vi furono anche migranti di Methone, Patrasso e di altre regioni del Peloponneso). Si deve ricordare al riguardo che questa migrazione divenne inevitabile, dal momento in cui l’imperatore Carlo V, che aveva conquistato Corone nel 1532, decise di abbandonare la città, aprendo la strada al ritorno degli Ottomani. La successiva ondata migratoria si registrò quarant’anni più tardi, in seguito al fallimento dei moti rivoluzionari nella penisola ellenica, fomentati dalle promesse dei vertici della Lega Sacra, poco prima e dopo la battaglia navale di Lepanto nel mese di ottobre del 1571. Inoltre, l’occupazione di Cipro da parte degli Ottomani nello stesso periodo (1570-1571) obbligò una parte della popolazione dell’isola a fuggire verso l’Italia, a Venezia in particolare, ma anche in minor numero a Napoli e in Sicilia.
L’arrivo dei profughi, soprattutto quelli del 1533-1534 –che venivano genericamente chiamati «Coronei» (Coronenses, Coronei, Coroneos,), indipendentemente dalle specifiche regioni d’origine– fu alla base del rinascimento demografico e sociale dei nuclei di popolazioni elleniche dell’Italia meridionale. Diversamente dai migranti del periodo precedente (che erano generalmente contadini, allevatori e soldati analfabeti), i nuovi arrivati potrebbero essere caratterizzati come “borghesi” (secondo i parametri dell’epoca naturalmente). Tra costoro vi erano commercianti e marinai, colti ecclesiastici e intellettuali, scrivani, poeti etc. Nel corso dei primi dieci anni dal loro arrivo in Italia, inoltre, i «Coronei» furono favoriti dalle autorità spagnole attraverso esenzioni fiscali, sussidi, nomine in via eccezionale nell’esercito e nella marina militare etc. Per questo risultarono socialmente dominanti rispetto ai compatrioti delle migrazioni precedenti. Esiti analoghi, su scala minore, ottennero anche i profughi degli anni seguenti fino alla fine del XVI secolo. Non fu dunque un caso che diverse generazioni di giovani (in particolare “Coronei” di tutte le epoche) promuovessero con tenacia la propria grecità, contribuendo a rafforzare in questo modo a Napoli e nell’entroterra la percezione in chiave etnica moderna del termine «greco» in opposizione al “graecus” di tradizione medievale, impiegato prevalentemente con accezione religioso-dogmatica. Pare che i «Coronei», nel loro tentativo di ottenere valorizzazione sociale in un ambiente semifeudale, presentassero spesso alle autorità locali falsi titoli di nobiltà e più in generale di origine aristocratica; il poeta coroneo Ioannis Acciaioli Protocomis denuncia questa consuetudine nel suo celebre componimento in versi sulle gesta di Carlo V, quando gli consiglia:

καλέσαι μείζονας πόλεων πρεσβυτέρους,
ξεταζομένους ἀκριβῶς, μεθ’ ὅρκον ἀπό μέρους
..........................................................................................,
ἵνα τά γινωσκόμενα πάντα μετ’ ἀληθείας
ἀπαραιτήτως δείξωσιν....
Καί ταῦτα πάντα τάς γραφάς καλῶς ἐξετασθῆναι,
μήποτε ἐκ παραδρομῆς ἄλλος ἀδικηθῆναι.

Questa tendenza ha lasciato un’impronta nelle epigrafi tombali, di cui si è conservata testimonianza (alcune in vecchi annali, altre ancora oggi visibili negli spazi della chiesa della comunità), che celebravano in latino, italiano e, più raramente, in greco antico le imprese e l’origine “aristocratica” dei defunti e delle loro famiglie (le lapidi tombali erano decorate, sin dall’epoca di Thomas Asanis Palaiologos, da stemmi nobiliari, scudi gentilizi e altri simili emblemi).  Ma naturalmente la “grecità” della comunità si rinnovava costantemente grazie alle nuove ondate di esuli e profughi, che sopraggiungevano da Creta e dal Mani nel corso del XVII secolo, e dall’Epiro, dall’Eptaneso e da altre regioni del mondo greco (persino dall’Asia Minore) tra il XVIII secolo e gli inizi del XIX. 
Al rafforzamento del carattere ellenico della comunità contribuì anche la sua stessa organizzazione. A soli due anni dal loro insediamento a Napoli i “Coronei” con l’appoggio delle autorità spagnole (che di costoro necessitavano per l’esercito e per la flotta), ma anche grazie all’assenso della Santa Sede, si assicurarono il permesso a costituire una propria Confraternita greco-ortodossa. Il regime di questa Confraternita fu registrato nel 1561 in uno Statuto speciale, redatto sulla base di una disposizione di Carlo V del 1535 e, come gli stessi ebbero a scrivere, nel rispetto dell’organizzazione comunale che avevano a Corone nel nome del Santo Prodromos. Questo è un dato di importanza eccezionale, se si tiene conto del fatto che tutti i regimi normativi superstiti relativi all’organizzazione comunale in Grecia nei secoli di dominazione turca sono alquanto tardi. Va rilevato, tuttavia, che la maggior parte delle disposizioni dello Statuto del 1561 rappresentava il frutto di un compromesso tra le consuetudini vigenti nella comunità di Corone e gli obblighi normativi in vigore in Italia in merito al funzionamento delle corporazioni religiose, filantropiche e professionali. Ad ogni modo, questo Statuto, con le migliorie successivamente apportate (soprattutto con la sua revisione nel 1593 ad opera di rappresentanti della seconda generazione di «Coronei»), costituirà la base non solo per l’organizzazione collegiale dei Greci di Napoli, ma anche il sostegno legislativo per le numerose battaglie legali che questi dovettero affrontare nei secoli seguenti contro i non pochi contestatori del carattere religioso della comunità (non semplicemente del suo rito greco unitario, ma dell’irremovibile carattere greco-ortodosso); la tutelerà inoltre dalle pretese dei discendenti di Thomas Asanis Palaiologos e di tutti gli altri rivendicatori del suo patrimonio, che, grazie ai lasciti dei suoi membri, aveva iniziato ad essere allettante già intorno alla metà del XVI secolo. Ma la conquista più importante, secondo il mio parere, di questa piccola Confraternita fu il riconoscimento–con decreti delle autorità spagnole e bolle della Santa Sede– della Universitas Graecorum come realtà politica e non semplicemente religiosa ed «etnica», ma «nazionale», sempre ovviamente secondo i parametri dell’epoca. La Confraternita riuscirà a conservare questa identità anche nei secoli successivi, senza mai subire le enormi perdite da cui furono colpite, invece, le più piccole e deboli comunità greco-ortodosse della provincia (dove in un ambiente bilingue prevalse progressivamente l’elemento albanofono su quello ellenofono, molto tempo prima dell’emersione del nazionalismo albanese).  
Quanto detto non significa certamente che il microcosmo della comunità fosse esente da agitazioni; e non intendo solo in ambito ecclesiastico (unitari contro puri ortodossi), poiché discordie vi furono anche tra i vecchi membri e quelli più recenti (che continuavano a giungere tanto delle regioni del mondo greco ancora in mano veneziana quanto da quelle sotto il dominio turco). Alla fine gli antagonismi tra Italo-Greci, Greci-Veneti, Greci-Ottomani e Greci Orientali resero necessaria l’elaborazione di un nuovo Statuto nel 1764, con il quale i nuovi giunti si imposero sui membri di più antico insediamento. Il cambiamento ebbe luogo ancora una volta grazie al sostegno del casato al potere, nel caso specifico dei Borbone, anch’essi bisognosi, come gli Spagnoli del periodo vicereale, del contributo militare dei Greci.  In questo stesso periodo fiorì nel Reame la nuova categoria dei mercenari greci, questa volta per iniziativa di importanti esponenti della comunità: il veterano chimariota Stratis Ghìkas e il commerciante epirota Athanasios Glykìs. Negli anni 1735-1738 prese forma dunque un’unità militare strutturata dapprima come battaglione e successivamente (1754) come Reggimento completo; esso rimase celebre nella storia con il nome di Real Reggimento Macedone e in seguito con quello di Battaglione dei Cacciatori Macedoni. A tal proposito ho premura di precisare che il termine «Macedone» non corrispondeva tanto –ed esclusivamente– alla Macedonia storica, ma ad uno spazio geografico più ampio, che, nella percezione di quei tempi, comprendeva anche l’attuale Albania e parte del Montenegro e della Dalmazia. Proprio il riorganizzatore del Reggimento, il conte cefalonita Gheorghios Chorafas argomentò circa la necessità di arruolare soggetti anche di altre “nazioni”, ricordando la composizione multietnica dell’esercito di Alessandro il Grande, ma anche la parentela religiosa e culturale tra Elleni ed «Illiri». In sostanza, tuttavia, gli «Illiri» (Albanesi e Dalmati) in quel corpo militare scelto furono pochissimi: lo composero infatti in maggioranza Chimarioti, Epiroti, Eptanesi e Greci da diverse regioni dell’Anatolia, come anche da Costantinopoli e Smirne.  
Grazie all’influenza dei veterani del Real Reggimento Macedone la comunità riuscì nuovamente a neutralizzare i pericoli da cui fu minacciata la sua autonomia religiosa ed etnica con la restaurazione nel 1815 del regime assolutistico di Ferdinando I di Borbone nel Regno delle Due Sicilie. Nel frattempo l’emergere dello stato ellenico creò le condizioni per alcuni interventi di Atene, deboli e limitati al cruciale problema delle designazioni dei parroci della chiesa ellenica. L’Unità d’Italia nel 1861 offrirà significative vie d’uscita a numerosi problemi funzionali della comunità. Tuttavia, nonostante la sottoscrizione di accordi interstatali tra Greci e Italiani, la comunità non cesserà di confrontarsi fino alla fine del XIX secolo con il periodico riapparire di contestatori del suo carattere religioso ed etnico  e di rivendicatori del patrimonio della stessa (con il richiamo ad antichi diritti ereditari o con argomentazioni, diverse nel tempo, di dubbia validità storica).
Le peripezie della comunità continuarono anche negli anni seguenti, provocando una costante emorragia finanziaria e forti perdite patrimoniali. L’ultima, ma anche la più dura e annosa prova che la comunità dovette affrontare, si deve all’avvento del regime fascista negli anni venti del secolo scorso e naturalmente alla grande guerra del 1940. A quel tempo un buon numero degli immobili superstiti e dei beni della comunità e della sua chiesa furono oggetto di saccheggio. Tuttavia, nell’immediato periodo postbellico non solo furono recuperati alcuni dei beni sottratti, ma si è sperimentato un rafforzato e del tutto nuovo clima di collaborazione fraterna tra Italiani e Greci Napoletani. Questo risultato è stato raggiunto con il contributo della comunità, dal 1992 ampliata e ridenominata «Comunità ellenica di Napoli e Campania», ma grazie anche alla compartecipazione delle autorità locali. Esempio simbolico di questa nuova realtà è stato il ripristino della secolare storica denominazione della via (e del rione) dei Greci della città (Rua e Vico dei Greci). Nel mese di dicembre del 2009, infatti, il Comune di Napoli ha promosso l’affissione di una lastra commemorativa sul muro esterno della chiesa dei Greci in via San Tommaso d’Aquino riportante la seguente indicazione: «Via San Tommaso d’Aquino già Vico dei Greci». L’organizzazione stessa dell’evento di questa sera e di tutti quelli che lo hanno preceduto nella città partenopea per iniziativa (davvero entusiasta) dell’Italia ufficiale mostra evidentemente che le vecchie ferite –tutto sommato facili a spiegarsi storicamente con le passioni dottrinali e ideologiche del passato– si sono definitivamente rimarginate.
Questa breve relazione sulla composizione e sui successi (nonostante gli ostacoli) della comunità ellenica può forse dare la sensazione che questa dovesse essere una realtà demograficamente cospicua. Questa percezione era diffusa nella stessa Napoli agli inizi del XVII secolo. In uno degli annali dell’epoca, Il Forastiero del 1634, scritto in forma di dialogo dallo storico Giulio Cesare Capaccio, si offre la seguente immagine esagerata dei Greci della città:

Forastiero. Mi han riferito che in Napoli siano infiníti habitatori greci.
Cittadino. Han riferito quel ch’è. E vi dovea commemorar prima la Rua di Greci.
Tuttavia, la stima relativa agli «infiniti» Greci di Napoli (città tra le più popolose d’Europa a quei tempi con circa duecentomila abitanti) è a dir poco esagerata. Non possediamo al riguardo dati sufficienti; partendo tuttavia dai membri di spicco della comunità, i cui nomi si conservano nei rendiconti disponibili, possiamo calcolare il numero degli iscritti (vale a dire dei membri attivi) tra il tardo XVI e i primi anni del XVII secolo intorno alle  30-40 persone (le quali naturalmente, rappresentando un numero corrispondente di famiglie, consentono di restituire un totale di 130-140 persone). Questi numeri restano costanti, con piccole oscillazioni, fino alla metà del XVIII secolo, quando con gli arruolamenti del Real Reggimento Macedone vengono triplicati con il raggiungimento delle 400 unità, per poi crollare nuovamente alla fine del secolo quando si registrano 200 iscritti. Con la creazione dello stato ellenico (che assorbì, come ho già detto, gran parte dei connazionali residenti all'estero), il numero dei membri della comunità tornò ai livelli originari (intorno alle 130-140 anime; 100 alla fine del XIX secolo). A questi numeri, tuttavia, bisogna sicuramente aggiungere quelli relativi ai connazionali non calcolabili, membri inattivi della comunità e Greci di passaggio. Non si può trascurare il fatto che fino agli inizi del XVIII secolo Napoli ha rappresentato la prima destinazione e il punto di partenza per quanti fossero diretti verso la Spagna e le sue fondazioni europee e transoceaniche. La città costituiva, inoltre, la tappa intermedia per i profughi e gli emigranti dell’Oriente ellenico alla ricerca di nuove patrie in diverse regioni: Italia meridionale, Toscana, Corsica, Sardegna e Isole Baleari. Tutti costoro contribuirono a rendere il Vico dei Greci un rumoreggiante alveare umano. A seguito della nascita dello stato ellenico cominciarono a transitare dal porto di Napoli e da quello della vicina Castellamare di Stabia migliaia di marinai greci, i quali non si integravano di certo nella comunità, indipendentemente dal fatto che per brevi periodi molti di loro venissero ospitati presso alloggi ad essa pertinenti.
Quella napoletana non ha mai raggiunto le impressionanti dimensioni delle analoghe comunità di Venezia, successivamente di Trieste e agli inizi del XIX secolo di Vienna, nelle quali i Greci si contarono in determinati periodi in alcune migliaia. Il bisogno dei Greci di Napoli, inoltre, di proteggere la propria identità religiosa ed etnica, imponeva di tracciare un solco rispetto agli ambienti circostanti (italiano-cattolico, italo-greco unitario e italo-albanese ortodosso). Non mancarono certo i matrimoni misti, causa di agitazioni nella comunità, poiché stimolavano gli appetiti dei rivendicatori del patrimonio della stessa. Non mancarono membri di rilievo della comunità che vollero garantirsi un’ascesa sociale –ancora mediante matrimoni misti– seguendo strategie di segno opposto, integrandosi a tal punto nell’élite dell’Italia meridionale da comportare una piena italianizzazione e più in generale provocando la loro alienazione culturale e religiosa. Si deve comunque segnalare che questo processo (inevitabile dopo tre generazioni) non fu ad ogni modo accompagnato da un rifiuto della grecità: abbiamo esempi di famiglie greche di Napoli (con origini da Corone, da Monemvasia e dall’Eptaneso), che, pur essendo riuscite a imparentarsi con importanti dinastie del Meridione d’Italia, non cessarono di promuovere orgogliosamente per diverse generazioni la loro origine ellenica (spesso richiamandosi nelle loro genealogie a discutibili titoli nobiliari bizantini).
Le scelte sociali e professionali dei membri della comunità furono influenzate da diverse motivazioni storiche. Pur non mancando coloro i quali si impegnarono nell’artigianato e nel commercio, la maggior parte di loro si rivolse, come abbiamo già detto più volte, alla carriera militare. Abbiamo visto inoltre che il primo nucleo della comunità aveva preso forma nel XV secolo con l’arrivo degli stradioti, ai quali in qualche modo successero durante i secoli XVIII e XIX gli uomini del Real Reggimento Macedone e del successivo Battaglione dei Cacciatori Macedoni. Questo peculiare fenomeno, riscontrabile fino all’esplosione della Rivoluzione Ellenica, si deve al fatto che il regno di Napoli (a prescindere dai cambiamenti periodici delle dinastie dominanti) si era trasformato, assumendo per secoli (fino alla metà del XVIII secolo) il ruolo di baluardo avanzato contro l’espansione ottomana nel Mediterraneo centrale e orientale. Era anche la base stabile per quasi tutte le operazioni militari marittime degli Spagnoli, dei Fiorentini e dei Cavalieri di Malta nel Levante. E anche per questo motivo i Greci del Reame legarono il loro servizio da mercenari alle loro aspettative di restaurazione nazionale, ritenendo la loro partecipazione ad azioni antiturche un dovere comune rispetto all’Ellade ridotta in schiavitù e rispetto a Napoli, loro seconda patria. Non è un caso che nel Vico dei Greci si siano tessute le trame della maggior parte dei movimenti rivoluzionari, realmente portati a segno o semplicemente progettati tra i secoli XVI e XVII nella penisola ellenica. Solo a titolo indicativo basterà fare riferimento alla duplice insurrezione del metropolita di Larissa Dionigi il Filosofo in Tessaglia occidentale (1601) e in Epiro (1611) (il più importante episodio di questo genere che si registri su suolo ellenico dalla Caduta di Costantinopoli alle imprese militari di Orlof del 1768), che fu organizzata esclusivamente da elementi di rilievo della comunità ellenica di Napoli.
Da questo punto di vista la comunità, indipendentemente dalle dimensioni ridotte della stessa, ha giocato un ruolo notevole nel risveglio dello spirito della Resistenza dei Greci nel periodo prerivoluzionario. Ancora dopo l’avvicinamento dei Borbone di Napoli agli Ottomani nel 1740, i Greci del Reame non smisero di ravvivare i loro inestinguibili sogni di liberazione. Particolarmente celebri i casi di Chorafas, fondatore del Reggimento Macedone, e di Antonios Gkikas, figlio di Stratis, comandante di questo corpo militare: e se il primo si limitò ad appelli (alcuni anche di carattere letterario) alla Russia per la liberazione della Grecia, il secondo, Antonios Gkikas, passerà all’azione, una volta entrato al servizio dei Russi prima e dopo i loro interventi militari nei territori ellenici negli anni 1768-1770. Lo stesso discorso vale anche per decine di altri membri, più o meno noti, delle milizie elleniche di Napoli alla fine del XVIII secolo e nel corso del primo decennio del XIX.
I vari dominatori di Napoli (Spagnoli, Austriaci e anche gli stessi Francesi rivoluzionari) utilizzarono i Greci mercenari anche per interventi entro i confini del regno: dapprima nella neutralizzazione dei baroni filofrancesi, in seguito contro la sommossa antispagnola di Masaniello nel 1647, nella soppressione delle rivolte popolari contro l’effimera Repubblica Partenopea del 1799 e, infine, nella repressione del brigantaggio nel Meridione d’Italia.  Infine con lo scoppio della Rivoluzione Ellenica nel 1821 la maggior parte dei Greci veterani delle unità militari napoletane menzionate (anche dopo la loro riorganizzazione nel 1817 ad opera del filelleno Richard Church, divenuto poi comandante supremo dei Greci rivoluzionari), si spesero per l’Ellade, realizzando finalmente un sogno condiviso con i propri colleghi greci delle generazioni precedenti: quello di mettere a disposizione la propria esperienza militare e la vita stessa non più al servizio delle potenze straniere, ma per la propria terra d’origine. A costoro fecero appello anche i redattori del piano generale direttivo della Φιλική Εταιρεία, dicendo quanto segue: 
Εἰς Νεάπολιν [...] εὑρισκεται ἕν σῶμα ἑλληνικοῦ στρατοῦ, οί όποῖοι [sic] μέ τό νά ἠξεύρωσι καλῶς τήν τακτικήν, συμφέρει νά εὑρεθῶσιν εἰς τήν Ἑλλάδα κατά ταύτην τήν περίπτωσιν, ὄχι μόνον διά νά συνεργήσουν, ἀλλά καί νά διδάξουν τούς ἡμετέρους τά τακτικά.
L’orientamento militaristico di una buona parte dei membri della comunità di Napoli non impedì alla stessa nel suo insieme di assumere un carattere più “borghese” e rivolto a settori più pacifici. Abbiamo già detto laconicamente del loro impegno nel settore artigianale e protoindustriale e in quello commerciale. Ma più interessante è forse presentare esempi di Greci della città che coltivarono le lettere e le arti. Per circa un secolo e mezzo diversi curati della chiesa di Napoli furono diplomati del Collegio Greco di Roma (e per questo provocavano frizioni all’interno della comunità). Alcuni di essi sono registrati come professori di greco antico presso lo Studio Pubblico di Napoli, altri come membri di Accademie letterarie e artistiche della città. Ma il nome che più di tutti ha brillato nella storia della comunità è certamente quello di Belisario Corenzio, pittore originario di Kyparissia nel Peloponneso. Corenzio non lavorò solo in chiese cattoliche romane e in monasteri della provincia napoletana, ma anche nella decorazione pittorica (con uno stile misto bizantineggiante e occidentale) della chiesa dei Greci (partecipando inoltre all’amministrazione della Confraternita). Un secolo più tardi è stato operativo presso la comunità un artista meno noto, il cefalonita intellettuale, poeta e pittore Efstathios Karouzos. A partire dal XIX secolo vissero a Napoli per più o meno lunghi periodi diversi intellettuali e artisti greci, che hanno contribuito a rinnovare, in maniera diversa, il clima culturale di questo piccolo focolaio ellenico. Tra essi si annoverano in alcuni casi membri effettivi della comunità  (come ad es. l’eccellente filologo Konstantinos Traintaphyllis, per un ventennio professore di lingua e letteratura neogreca presso l’Istituto Orientale di Napoli), in altri semplicemente di passaggio (è questo il caso di Iakovos Polylàs, l’editore delle opere di Dionysios Solomos). Menzione speciale si deve fare infine della presenza a Napoli, in qualità di studiosi e collaboratori di celebri musicisti della città partenopea, di artisti provenienti dall'Eptaneso, che trasferirono nel mondo neoellenico la raffinata tradizione musicale occidentale (in particolare il melodramma italiano), dando origine contemporaneamente alla nostra scuola musicale nazionale; mi riferisco a Nikolaos Mantzaros, Spyridon Xyndas e Gheorghios Labelet, per non estendere il discorso ad altri e meno noti compositori, musicisti ed educatori musicali.

Avendo come obiettivo oggi quello di percorrere la lunga storia della piccola, ma dinamica comunità ellenica di Napoli, possiamo approdare ad alcune, molto generali, osservazioni conclusive. Innanzi tutto essa si legò fortemente –forse con maggiore intensità di quanto non sia avvenuto presso altre comunità d’Occidente– con l’ambiente sociale circostante nell’entroterra dell’Italia meridionale e della Sicilia (a prescindere da convergenze e divergenze). Essa ha rappresentato una delle principali vie d’uscita per i Greci in fuga dal Mediterraneo orientale verso occidente. Un elemento particolarmente distintivo è stata la precoce e dinamica partecipazione dei suoi membri al dibattito politico circa il problema dell’Oriente sotto il dominio dei Turchi, non sul piano ideologico (rispetto al quale altre comunità d’Italia giocarono un ruolo più rilevante), ma nell’organizzazione pratica dei movimenti rivoluzionari. Tutti questi temi sono stati oggetto di ricerca. Permangono, tuttavia, diversi desiderata, come ad. es. la questione del posto occupato dalla comunità nella storia culturale di Napoli, tanto nella prima età moderna (maturo XVII secolo), quanto –soprattutto– nel periodo compreso tra la fine del XVIII e il XIX secolo o ancora nel XX. Inoltre, proprio a partire dalla tarda età moderna il peso delle altre, un tempo gloriose, comunità elleniche d’Italia (ad es. quella di Venezia) aveva iniziato a subire una contrazione. Al contrario a Napoli si possono individuare diversi elementi, soprattutto in ambito culturale, indicativi di una fase di particolare fioritura meritevole di attenzione. Questi dati sono stati scrupolosamente registrati da Ghiannis Korinthios, che ha aperto la strada ad un nuovo corso di studi e alla futura valorizzazione degli stessi. L’enorme quantità di materiale d’archivio, che si conserva a Napoli, come presso altri archivi d’Italia e del resto d’Europa, resta in attesa dello scavo degli studiosi contemporanei. Ed è di buon auspicio il fatto che da diversi anni ormai, ai Greci conoscitori della lingua italiana si aggiungano in numero sempre crescente gli storici italiani conoscitori della lingua greca, tra i quali molti hanno già offerto il frutto delle proprie ricerche. Da costoro dipende ormai l’onere della gestione delle numerose pendenze nella ricerca storiografica, ma anche l’ampliamento dei ponti scientifici tra due popoli fratelli –o, se preferite, cugini– del Mediterraneo.  In ultima analisi in questo modo si renderà giustizia ai «Coronei» («ὧν καί τήν μνήμην ἐπιτελοῦμεν»), che riuscirono a fondare nello spazio dell’antica e gloriosa Megale Hellas la loro modesta e più recente Mikrì Hellas, che, tuttavia, ha già superato il suo mezzo millennio di storia.
Σας ευχαριστώ.



Ο καθ. ΙΩΑΝΝΗΣ ΧΑΣΙΩΤΗΣ, κύριος ομιλητής της εκδήλωσης
















Traduzione dal greco: 
Carmelo Di Nicuolo


Ιωάννης Κ. Χασιώτης (Ομότ. Καθηγητής ΑΠΘ), Οι Έλληνες της Νεάπολης και της Κάτω Ιταλίας: Οργάνωση, ιδεολογία και ενσωμάτωση (ΙΤΑΛΙΚΗ ΑΡΧΑΙΟΛΟΓΙΚΗ ΣΧΟΛΗ ΑΘΗΝΩΝ, 9 Νοεμβρίου 2018)



Ο καθ. Κος ΙΩΑΝΝΗΣ ΧΑΣΙΩΤΗΣ, 
κύριος ομιλητής της εκδήλωσης για τα 500χρονα του νεώτερου Ελληνισμού στη Νάπολη


Επιτρέψτε με, πριν αρχίσω, να ευχαριστήσω θερμά την Πρεσβεία της Ιταλίας στην Αθήνα, η οποία σε συνεργασία με τη φιλόξενη Ιταλική Αρχαιολογική Σχολή, είχαν την αξιέπαινη πρωτοβουλία να οργανώσουν την αποψινή εκδήλωση. Αποτελεί για μένα ιδιαίτερη τιμή να με επιλέξουν ως ομιλητή στην επετειακή προβολή της ιστορίας της ελληνικής παροικίας της Νεάπολης με τη συμπλήρωση μισής χιλιετίας από τη συμβολική σύστασή της. Εκτιμώ επίσης το γεγονός ότι προβάλλεται απόψε η ιστορική διαδρομή μιας όχι τόσο γνωστής ελληνικής εστίας της ιταλικής χερσονήσου (σε σχέση π.χ. με τις αντίστοιχες της Βενετίας, της Τεργέστης και του Λιβόρνου). Η προβολή αυτή οφείλει πολλά στον συνάδελφο Γιάννη Κορίνθιο, τον καθαυτό σύγχρονο ιστορικό της ελληνικής κοινότητας της Νεάπολης. Τονίζω το «σύγχρονο», επειδή η δική μου ενασχόληση με το θέμα είναι κάπως παλιοκαιρίσια: Τη Νεάπολη την πρωτογνώρισα πριν από 55 χρόνια, το καλοκαίρι του 1963· τότε, για τις ανάγκες της διδακτορικής μου διατριβής, χρειάστηκε να εργαστώ για ένα διάστημα στην νεαπολιτανική Biblioteca Nazionale. Τότε είδα και τον ιστορικό ναό των Αποστόλων Πέτρου και Παύλου και τα λείψανα του σωζόμενου αρχείου της κοινότητας. Έκτοτε πέρασαν τα χρόνια, εγώ μεν έγραψα αρκετά για πρόσωπα και πράγματα της Νεάπολης, αλλά στο μεταξύ η μακρόχρονη ιστορία της ελληνικής κοινότητας μελετήθηκε από νεότερους ερευνητές, Έλληνες και Ιταλούς, και με μιαν εκσυγχρονισμένη μονογραφία, γραμμένη στα ιταλικά από τον Γιάννη Κορίνθιο, δηλαδή έναν μόνιμο πλέον κάτοικο της Νεάπολης και όχι περαστικό, όπως εγώ. Ερανιζόμενος λοιπόν από αυτό το συσσωρευμένο ιστορικό υλικό (και ειδικά για τον όψιμο 19ο και τον 20ό αιώνα από τις έρευνες του Κορινθίου) θα επιχειρήσω απόψε να σας παρουσιάσω, με κάθε δυνατή συντομία, τις κυριότερες φάσεις της μακραίωνης διαδρομής αυτής της σχετικά μικρής εστίας της νεοελληνικής Διασποράς, εστιάζοντας στην οργάνωση και τη δημογραφική της ανέλιξη, αλλά και στον ρόλο που έπαιξε (σημαντικό σε σύγκριση με το μέγεθός της) στο νεοελληνικό εθνικό κίνημα, χωρίς να παραλείψω βέβαια να αναφερθώ και στις σχέσεις των μελών της με το ιταλικό περιβάλλον.
Η ελληνική παρουσία στη Νεάπολη και την ευρύτερη νότια Ιταλία έχει βέβαια παμπάλαιες ρίζες: από τα αρχαϊκά χρόνια, με την ίδρυση της ίδιας της πρωτεύουσας της Καμπανίας ως Παρθενόπης και στη συνέχεια ως Νεάπολης, μέχρι την επί πέντε αιώνες ενσωμάτωσή της στη βυζαντινή επικράτεια. Το δεδομένο αυτό πρέπει να το έχουμε υπόψη, για να κατανοήσουμε και τη διαφορετική προέλευση του ελληνικού στοιχείου του ιταλικού Mezzogiorno, όπου ακόμα και σήμερα μπορούμε να μιλούμε για μιαν ιδιόμορφη –πολιτιστικά τουλάχιστον– διαστρωμάτωση, και του ανθρώπινου δυναμικού στον μικρόκοσμο της ελληνικής κοινότητας: Πάνω στο υπόστρωμα των ελληνόφωνων των αρχαίων εποικισμών προστέθηκαν οι μέτοικοι της βυζαντινής περιόδου, τους οποίους ήρθαν να επικαλύψουν αιώνες αργότερα (από τα μέσα του 15ου αιώνα και εξής) οι φυγάδες και πρόσφυγες της τουρκοκρατούμενης Ανατολής και, βέβαια, να εμβολιαστούν στη συνέχεια με τα τέκνα της σύγχρονης ελληνικής Διασποράς. Θα πρέπει πάντως να διευκρινιστεί ότι, αντίθετα με ό,τι μερικές φορές αντιλαμβανόμαστε στην Ελλάδα, η εθνοτική, κοινωνική και πολιτιστική διαστρωμάτωση του ιταλικού Νότου εξακολουθεί και σήμερα να επιβιώνει (εξασθενημένη βέβαια) και σε επίπεδο γλωσσικό (προς τέρψιν των γλωσσολόγων), αλλά και σε εκκλησιαστικό (προς δοκιμασίαν των θεολογούντων ιστορικών). Και σαν να μην έφταναν αυτά, ήρθε να προστεθεί από το τέλος του Μεσαίωνα ως και τον 17ο αιώνα τουλάχιστον και ένα ακόμη παιχνίδι της Ιστορίας: η διγλωσσία (ελληνικά και αρβανίτικα/arbëresh) ενός σημαντικού τμήματος των ομόθρησκων και ομόδοξων μετοίκων, που από την τουρκοκρατούμενη νότια βαλκανική πέρασαν στην ιταλική χερσόνησο, αναζητώντας απελπισμένα ασφάλεια και καλύτερες συνθήκες διαβίωσης σε χριστιανικό κρατικό περιβάλλον. Από το φαινόμενο αυτό (που μπορεί να ελκύει τους ανθρωπολόγους, αλλά επηρεάζει σοβαρά και τους εθνικιστές) προήλθε σε μεγάλο βαθμό, νομίζω, και η εθνοτική ισοπέδωση του ελληνορθόδοξου στοιχείου της νότιας Ιταλίας: σε μιαν εποχή, κατά την οποία η εθνική ταυτότητα ήταν ακόμα ρευστή, εντάχθηκαν στην ίδια εθνική κατηγορία πληθυσμοί με εντελώς αποκλίνουσες εθνοτικές, θρησκευτικές και πολιτιστικές παραδόσεις, είτε αυτοί προέρχονταν από τη νότια Aλβανία είτε από την Ήπειρο και την Πελοπόννησο είτε –ακόμα– από τα Επτάνησα, την Κρήτη και την Κύπρο.
Αφήνοντας κατά μέρος τις αναλύσεις αυτές (που περιπλέκουν την εικόνα στους μη ενημερωμένους με την ιστορική πολυσημία των λαών της Μεσογείου), ας περάσουμε στα καθαυτό χρονολογικά δεδομένα: Η νεότερη περίοδος της ελληνικής παρουσίας στη Νεάπολη και την ενδοχώρα της ξεκινά με σποραδικές εγκαταστάσεις Ελλήνων φυγάδων (στρατιωτικών και αριστοκρατών κυρίως) λίγο πριν και αμέσως μετά την Άλωση της Κωνσταντινούπολης (1453). Ήδη στη δεκαετία του 1460 είχε παραχωρηθεί η επικαρπία βαρονειών, χωριών, οικισμών ή φρουρίων σε μερικούς από αυτούς: στον Μανουήλ Παλαιολόγο στο San Pietro in Galatina, στους Παύλο, Γεώργιο και Ανδρόνικο Ράλλη στον Τάραντα, στον Ιωάννη Ράλλη στην Troia και στον Θωμά Ασάνη Παλαιολόγο στην Καλαβρία. Μερικά χρόνια αργότερα μεταφέρεται από την Πελοπόννησο στην Απουλία από τον βασιλιά Φερδινάνδο Α΄ η πρώτη οργανωμένη στρατιωτική δύναμη, οι γνωστοί στη στρατιωτική ιστορία «stradioti», οι οποίοι όχι μόνο θα αποτελέσουν τον πρώτο πυρήνα της ελληνορθόδοξης παροικίας της Νεάπολης, αλλά θα της προσδώσουν και τα κύρια κοινωνικά της χαρακτηριστικά. Στα 1518 ο Θωμάς Ασάνης Παλαιολόγος, ηγετική πλέον φυσιογνωμία της νεαπολιτανικής κοινωνίας («tenuto sempre fra primi del Regno», κατά τον χρονικογράφο του 17ου αιώνα Carlo de Lellis), οικοδόμησε την πρώτη μικρή ορθόδοξη εκκλησία, «εγκαινιάζοντας» έτσι την «επίσημη» έναρξη της νεότερης ιστορίας της παροικίας. Η κατοχύρωση ωστόσο στα 1526 στους συγγενείς του των κτητορικών δικαιωμάτων της εκκλησίας αποτέλεσε, όπως θα δούμε, αφορμή για όχι λίγες περιπέτειες της κοινότητας. Όπωσδήποτε το ναΐδριο εκείνο (που ανακαινίστηκε και επανοικοδομήθηκε εκ βάθρων αρκετές φορές στα επόμενα χρόνια ως ναός πλέον των Αποστόλων Πέτρου και Παύλου) έμελλε να είναι η πρώτη ελληνική εκκλησία στην ιστορία της νεοελληνικής Διασποράς (ο περίβλεπτος ναός του Αγίου Γεωργίου της Βενετίας άρχισε να χτίζεται δέκα χρόνια αργότερα και ολοκληρώθηκε στα 1573). 
Οι ελληνικές μετοικεσίες στη Νεάπολη πραγματοποιούνταν παρά τις εναλλαγές εκεί της κρατικής κυριαρχίας, μιας  κυριαρχίας που θα παραμείνει ξένη για αιώνες: ως την ανάδυση του ενοποιημένου πλέον από τα 1861 ιταλικού κράτους: Σας θυμίζω ότι το  «Reame» (όπως αποκαλούνταν διαχρονικά το βασίλειο της Νεάπολης) κατακτήθηκε διαδοχικά από τους Γάλλους, τους Αραγονέζους, τους Ισπανούς (για πάνω από τρεις αιώνες), τους Αυστριακούς και πάλι τους Γάλλους, περνώντας στο σκήπτρο διαφόρων δυναστικών οίκων: των Anjou/Ανδηγαυών, των Valois, των Trastámara, των Αψβούργων, των Βουρβόνων, των νεόκοπων ναπολεόντειων και της Σαβοΐας. Η συχνή εναλλαγή του κυριαρχικού καθεστώτος, που ευθύνεται σε μεγάλο βαθμό και για τις αποκλίνουσες κοινωνικές συνθήκες που επικράτησαν επί αιώνες στον ιταλικό Νότο, δεν ευνόησε την οικονομική και πολιτιστική ανάπτυξη του ελληνικού στοιχείου της περιοχής. Στην ύπαιθρο ιδιαίτερα η κοινωνική ανέλιξη της πλειονότητας των φυγάδων της Τουρκοκρατίας αγκιστρώθηκε για μεγάλα χρονικά διαστήματα στο φεουδαλικό κατεστημένο των τοπικών βαρόνων, με αποτέλεσμα τον εγκλωβισμό της (όπως άλλωστε και του υπόλοιπου ιταλικού πληθυσμού) είτε στον αγροτικό τομέα (κάτω από άθλιες συνθήκες) είτε στον στρατιωτικό (με καλύτερες προοπτικές). Και μόνον στα αστικά κέντρα, ιδιαίτερα στη Νεάπολη, παρατηρούνται (ήδη από τις αρχές του 16ου αιώνα) δείγματα οικονομικής και πολιτιστικής δραστηριότητας. 
Αλλά η μεγάλη ανατροπή στην ιστορία της κοινότητας έγινε στα 1533-1534 με τη μαζική μεταφορά με τον ισπανικό και τον γενουατικό στόλο στην Κάτω Ιταλία και τη Σικελία τεσσάρων περίπου χιλιάδων κατοίκων της Κορώνης (αλλά και της Μεθώνης, της Πάτρας και άλλων περιοχών της Πελοποννήσου). Σας θυμίζω ότι η μετοικεσία εκείνη έγινε αναπόφευκτη, όταν ο αυτοκράτορας Κάρολος Ε΄, που είχε καταλάβει την Κορώνη το 1532, αποφάσισε να την εγκαταλείψει, ανοίγοντας έτσι το δρόμο στην επιστροφή των Οθωμανών. Το επόμενο μεγάλο κύμα σημειώθηκε σαράντα χρόνια αργότερα, μετά την αποτυχία των εξεγέρσεων στην ελληνική χερσόνησο, τις οποίες είχαν υποδαυλίσει οι υποσχέσεις των ηγετών του Ιερού Συνασπισμού (Sacra Lega), λίγο πρίν και μετά τη ναυμαχία της Ναυπάκτου τον Οκτώβριο του 1571. Η κατάληψη επίσης της Κύπρου από τους Οθωμανούς την ίδια εποχή (1570-1571) ανάγκασε ένα τμήμα του πληθυσμού του νησιού να καταφύγει στην Ιταλία, το μεγαλύτερο στη Βενετία και μικρότερες ομάδες στη Νεάπολη και τη Σικελία.
Η έλευση των προσφύγων, ιδίως του 1533-1534 –που αποκαλούνταν γενικά «Κορωναίοι» (Coronenses, Coronei, Coroneos,), άσχετα με τις ιδιαίτερες πατρίδες τους– προκάλεσε τη δημογραφική κοι κοινωνική αναγέννηση των ελληνικών εστιών της Κάτω Ιταλίας. Σε αντίθεση με τους μετοίκους της προηγούμενης περιόδου (που ήταν γενικά αγρότες, κτηνοτρόφοι και αναλφάβητοι στρατιωτικοί), οι νεοφερμένοι θα μπορούσαν να χαρακτηριστούν και ως “αστοί” (με τα μέτρα βέβαια της εποχής). Ανάμεσά τους συμπεριλαμβάνονταν έμποροι και ναυτικοί, εγγράμματοι κληρικοί και λόγιοι, κωδικογράφοι, ποιητές κλπ. Επιπλέον, κατά τα πρώτα δέκα χρόνια μετά την άφιξή τους στην Ιταλία οι «Κορωναίοι» ευνοήθηκαν από τις ισπανικές αρχές με φορολογικές απαλλαγές, επιδόματα, διορισμούς κατ’ εξαίρεση στον στρατό και τον στόλο κλπ. Γι’ αυτό και επικράτησαν κοινωνικά έναντι των άλλων συμπατριωτών τους των παλαιότερων μεταναστεύσεων. Ανάλογη ήταν και η εξέλιξη, σε μικρότερο βαθμό, και στους πρόσφυγες των επόμενων χρόνων, ως τα τέλη του 16ου αιώνα. Δεν ήταν τυχαίο λοιπόν που αρκετές γενιές των νεήλυδων (ιδίως των “Κορωναίων” όλων των εποχών) προέβαλλαν με επιμονή την ελληνικότητά τους, ενισχύοντας έτσι στη Νεάπολη και στην ενδοχώρα το νεότερο εθνοτικό περιεχόμενο του όρου «greco» έναντι του μεσαιωνικού θρησκευτικο-δογματικού “graecus”. Φαίνεται ότι οι «Κορωναίοι», στην προσπάθειά τους να επιτύχουν κοινωνική αναβάθμιση σε ένα ημιφεουδαλικό περιβάλλον, εμφάνιζαν συχνά στις τοπικές αρχές πλαστούς τίτλους ευγενείας και γενικά αριστοκρατικής προέλευσης· την τακτική αυτή καταγγέλλει ο Κορωναίος ποιητής Ιωάννης Ατζαγιώλης Πρωτοκόμης στο γνωστό στιχούργημά του για τα ανδραγαθήματα του Καρόλου Ε΄, όταν του συνιστά:
καλέσαι μείζονας πόλεων πρεσβυτέρους,
ξεταζομένους ἀκριβῶς, μεθ’ ὅρκον ἀπό μέρους
.........................................................................................., 
ἵνα τά γινωσκόμενα πάντα μετ’ ἀληθείας
ἀπαραιτήτως δείξωσιν....
Καί ταῦτα πάντα τάς γραφάς καλῶς ἐξετασθῆναι,
μήποτε ἐκ παραδρομῆς ἄλλος ἀδικηθῆναι.
Η τάση αυτή αποτυπώθηκε στις επιτύμβιες επιγραφές που σώθηκαν (μερικές σε παλαιά χρονικά, κάποιες ακόμα και σήμερα στον χώρο της εκκλησίας) και που εξυμνούσαν στα λατινικά, ιταλικά και, σπανιότερα, στα αρχαία ελληνικά τα κατορθώματα και την “αριστοκρατική” καταγωγή των θανόντων και των οικογενειών τους (τα επιτύμβια τα διακοσμούσαν, ήδη από την εποχή του Θωμά Ασάνη Παλαιολόγου, οικόσημα, θυρεοί και ανάλογα εμβληματικά σήματα).  Αλλά βέβαια η “grecità” της κοινότητας ανανεωνόταν κυρίως με τα επόμενα κύματα των φυγάδων και προσφύγων, που κατέφθαναν από την Κρήτη και τη Μάνη κατά τον 17ο αιώνα, και από την Ήπειρο, τα Επτάνησα και άλλες ελληνικές περιοχές (ακόμα και από τη Μ. Ασία) κατά τον 18ο και τις αρχές του 19ου αιώνα. 
Στην εμπέδωση του ελληνικού χαρακτήρα της κοινότητας συντέλεσε και η οργάνωσή της. Δυο μόλις χρόνια μετά την εγκατάστασή τους στη Νεάπολη, οι “Κορωναίοι” εξασφάλισαν με τη στήριξη των ισπανικών αρχών (που τους χρειάζονταν για τον στρατό και το ναυτικό τους), αλλά και με τη συγκατάθεση της Αγίας Έδρας, την άδεια να συστήσουν δική τους ελληνορθόδοξη Αδελφότητα (Phratria ή Confraternita). Το νομικό καθεστώς αυτής της Αδελφότητας αποτυπώθηκε το 1561 σε ειδικό καταστατικό (Statuto), το οποίο συνέταξαν στηριζόμενοι σε απόφαση του Καρόλου Ε΄ του 1535 και, όπως γράφουν οι ίδιοι, στην κοινοτική οργάνωση που είχαν στην Κορώνη στο όνομα του Τιμίου Προδρόμου.  Το στοιχείο αυτό είναι εξαιρετικά ενδιαφέρον (αν σκεφθεί κανείς ότι τα σωζόμενα καταστατικά κοινοτικής οργάνωσης στην τουρκοκρατούμενη Ελλάδα είναι κάπως μεταγενέστερα). Πάντως οι περισσότερες διατάξεις του Statuto του 1561 αποτελούσαν συγκερασμό των κοινοτικών θεσμίων της Κορώνης και των υποχρεωτικών κανόνων που ίσχυαν στην Ιταλία για τη λειτουργία των θρησκευτικών, φιλανθρωπικών, επαγγελματικών και συντεχνιακών συσσωματώσεων. Όπως κι έχουν τα πράγματα, το καταστατικό αυτό, με τις μεταγενέστερες βελτιώσεις του (κυρίως με την αναθεώρησή του στα 1593 από εκπροσώπους της δεύτερης γενιάς των «Κορωναίων»), θα αποτελέσει τη βάση όχι μόνο για τη συλλογική οργάνωση των Ελλήνων της Νεάπολης, αλλά και νομικό στήριγμα στους πολλούς δικαστικούς αγώνες που θα χρειαστεί να δώσουν στους επόμενους αιώνες εναντίον των ούκ λίγων αμφισβητιών τού θρησκευτικού χαρακτήρα της κοινότητας (όχι απλώς του ελληνόρρυθμου, ουνιτικού rito greco, αλλά του αμετακίνητου greco-ortodosso)· θα τη διασφαλίσει επίσης από τις απαιτήσεις των απογόνων του Θωμά Ασάνη Παλαιολόγου και άλλων διεκδικητών τής περιουσίας της, η οποία, χάρη στα κληροδοτήματα των φιλογενών μελών της, είχε αρχίσει ήδη από τα μέσα του 16ου αιώνα να γίνεται δελεαστική. Αλλά το σημαντικότερο, κατά τη γνώμη μου, επίτευγμα εκείνης της μικρής Αδελφότητας ήταν η ανάδειξη –με τα διατάγματα των ισπανικών αρχών και τις βούλλες της Αγίας Έδρας– της Universitas Graecorum σε πολιτική οντότητα, όχι απλώς θρησκευτική ή και «εθνοτική», αλλά «εθνική» (nazionale), με τα μέτρα πάντοτε της εποχής. Η Αδελφότητα θα κατορθώσει να διατηρήσει την ταυτότητα αυτή και στους επόμενους αιώνες, χωρίς τις τεράστιες απώλειες που υπέστησαν οι μικρότερες και αδύναμες ελληνορθόδοξες εστίες της επαρχίας (όπου στο δίγλωσσο περιβάλλον επικράτησε σταδιακά το αλβανόφωνο στοιχείο έναντι του ελληνόφωνου, πολύ πριν από την ανάδυση του αλβανικού εθνικισμού).  
Όλα αυτά βέβαια δεν σημαίνουν ότι στον μικρόκοσμο της κοινότητας έλειψαν οι αναταράξεις· και δεν εννοώ μόνο τις εκκλησιαστικές (ενωτικοί έναντι ακραιφνών ορθοδόξων), αλλά και τις έριδες ανάμεσα στα παλαιότερα μέλη και στα νεότερα (που εξακολουθούσαν να έρχονται είτε από τις βενετοκρατούμενες ελληνικές περιοχές, όσες είχαν απομείναι, είτε από τις τουρκοκρατούμενες). Τελικά οι ανταγωνισμοί ανάμεσα στους Italo-Greci, τους Greci-Veneti και τους Greci-Ottomani και Greci Orientali επέβαλλαν την εκπόνηση στα 1764, νέου καταστατικού, με το οποίο οι νεότεροι επιβλήθηκαν στους παλαιότερους. Η αλλαγή πραγματοποιήθηκε με τη στήριξη και πάλι των κυριάρχων, τη φορά αυτή των Βουρβόνων, που είχαν κι αυτοί ανάγκη, όπως και οι Ισπανοί, των στρατιωτικών υπηρεσιών των Ελλήνων. Ήταν η εποχή που άνθησε στο Reame η νέα ελληνική μισθοφορία, τη φορά αυτή με πρωτοβουλία στελεχών της κοινότητας: του βετεράνου Xιμαριώτη στρατιωτικού Στρατή Γκίκα και του Hπειρώτη εμπόρου Aθανασίου Γλυκή. Στα 1735-1738 λοιπόν οργανώθηκε η πρώτη στρατιωτική μονάδα ως τάγμα (battaglione) και στη συνέχεια (στα 1754) ως πλήρες Σύνταγμα (Reggimento), αυτό που έμεινε στην ιστορία ως «Βασιλικό Μακεδονικό Σύνταγμα» (Reggimento Real Macedone) και στη συνέχεια ως «Battaglione dei Cacciatori Macedoni». Σπεύδω να διευκρινίσω ότι το «Macedone» δεν αντιστοιχούσε μόνο –και τόσο– στην ιστορική Μακεδονία, αλλά σε έναν ευρύτερο γεωγραφικό χώρο, που, κατά την αντίληψη της εποχής, περιελάμβανε και τη σημερινή Αλβανία και μέρος του Μαυροβουλίου και της Δαλματίας. O αναδιοργανωτής μάλιστα του Reggimento Kεφαλλονίτης κόμης Γεώργιος Xωραφάς επιχειρηματολόγησε τη στρατολόγηση και άλλων “nazioni” με αναφορές στον πολυεθνικό στρατό του Mεγάλου Aλεξάνδρου, αλλά και στη θρησκευτική και πολιτιστική συγγένεια των Ελλήνων με τους «Iλλυριούς». Tελικά στο στρατιωτικό εκείνο σώμα οι «Ιλλυριοί» (Αλβανοί και Δαλματοί) ήταν ελάχιστοι: την απόλυτη πλειονότητα τη συγκροτούσαν Χιμαριώτες, Ηπειρώτες, Επτανήσιοι και Έλληνες από διάφορες περιοχές της Ανατολής, ακόμα και από την Κωνσταντινούπολη και τη Σμύρνη.  
Με τη δύναμη των βετεράνων τού «Reggimento Real Macedone» η κοινότητα κατάφερε και πάλι να εξουδετερώσει τις απειλές για την εκκλησιαστική και εθνική της αυτονομία μετά την παλινόρθωση στα 1815 του απολυταρχικού καθεστώτος του Φερδινάνδου Α΄των Βουρβόνων στο λεγόμενο Βασίλειο των Δύο Σικελιών. Στο μεταξύ η ανάδυση του ελληνικού κράτους έδωσε τη δυνατότητα κάποιων παρεμβάσεων της Αθήνας (ασθενών οπωσδήποτε και περιορισμένων στο καίριο ζήτημα του διορισμού των εφημερίων του ελληνικού ναού). Τελικά η οριστική λύση του πολιτικού προβλήματος της Ιταλίας με την ενοποίησή της στα 1861 θα προσφέρει διεξόδους σε αρκετά λειτουργικά προβλήματα της παροικίας. Ωστόσο, παρά την υπογραφή ελληνο-ιταλικών διακρατικών συμφωνιών, η κοινότητα δεν θα πάψει να δοκιμάζεται ως το τέλος του 19ου αιώνα από τους κατά περιόδους εμφανιζόμενους αμφισβητίες του θρησκευτικού και εθνικού της χαρακτήρα και τους διεκδικητές της περιουσίας (με την επίκληση παλαιών κληρονομικών δικαιωμάτων ή ετεροχρονισμένα επιχειρήματα συζητήσιμης ιστορικής εγκυρότητας).
Οι περιπέτειες της κοινότητας συνεχίστηκαν και στα επόμενα χρόνια, πάντοτε με οικονομική αιμορραγία και βαρειές απώλειες στην περιουσία της. Τη μεγαλύτερη, τελευταία, αλλά μακρόχρονη δοκιμασία της την προξένησε το φασιστικό καθεστώς στη δεκεαετία του 1920 και βέβαια κατά τη διάρκεια του πολέμου του 1940. Τότε λεηλατήθηκαν αρκετά από τα σωζόμενα ακίνητα και κειμήλια της παροικίας και της εκκλησίας. Ωστόσο, στα μεταπολεμικά χρόνια όχι μόνο ανακτήθηκαν μερικά από τα απολεσθέντα, αλλά εμπεδώθηκε και ένα πρωτόγνωρο κλίμα συναδέλφωσης των Ιταλών και Ελλήνων Ναπολιτάνων. Στην εξέλιξη αυτή συντέλεσαν και η διευρυμένη από το 1992 «Comunità ellenica di Napoli e Campania», αλλά και η συναντίληψη των τοπικών αρχών. Δείγμα αυτής της νέας πραγματικότητας (με συμβολικό χαρακτήρα) ήταν η αποκατάσταση της προαιώνιας ιστορικής ονομασίας της οδού (και της συνοικίας) των Ελλήνων της πόλης (Rua e Vico dei Greci), με την τοποθέτηση τον Δεκέμβριο του 2009 από τον Δήμο της Νεάπολης στον εξωτερικό τοίχο της ελληνικής εκκλησίας, στην οδό Tommaso d’Aquino (τη νεότερη ονομασία τής οδού από το ομώνυμο πολεοδομικό συγκρότημα), αναμνηστικής πλάκας με την επιγραφή: «Via San Tommaso d’Aquino già Vico dei Greci». Είναι προφανές ότι η οργάνωση και της σημερινής εκδήλωσης και όσων προηγήθηκαν στην παρθενόπεια πολιτεία με πρωτοβουλία (ενθουσιώδη μάλιστα) της επίσημης Ιταλίας δείχνει ότι οι παλιές πληγές –ευεξήγητες ίσως ιστορικά με τα δογματικά και ιδεολογικά πάθη του παρελθόντος– έχουν πια επουλωθεί οριστικά.
Η σύντομη αυτή αναφορά στη συγκρότηση και τα επιτεύγματα (παρά τα εμπόδια) της ελληνικής κοινότητας ίσως δίνει την εντύπωση ότι η παροικία ήταν αριθμητικά μεγάλη. Η εντύπωση αυτή ήταν διάχυτη και στην ίδια τη Νεάπολη στις αρχές του 17ου αιώνα. Σε ένα από τα χρονικά της εποχής, το διαλογικό Il Forastiero του 1634, του ιστορικού Giulio Cesare Capaccio, δίνεται η εξής υπερβολική εικόνα των Ελλήνων της πόλης:
Forastiero. Mi han riferito che in Napoli siano infiníti habitatori greci.
Cittadino. Han riferito quel ch’è. E vi dovea commemorar prima la Rua di Greci.
Ωστόσο, η εκτίμηση για τους «αμέτρητους» Έλληνες της Νεάπολης (η οποία, ας σημειωθεί, ήταν τότε μια από τις πολυανθρωπότερες πόλεις της Ευρώπης, με κάπου 200 χιλ. κατοίκους) είναι το λιγότερο υπερβολική. Δεν διαθέτουμε επαρκή στοιχεία· ξεκινώντας πάντως από τα επώνυμα στελέχη της κοινότητας στα σωζόμενα πρακτικά της, μπορούμε να υπολογίσουμε τον αριθμό των εγγεγραμμένων μελών της (δηλαδή των ενεργών) κατά τον όψιμο 16ο και τον αρχόμενο 17ο αιώνα στα 30-40 άτομα (τα οποία βέβαια εκπροσωπούσαν ισάριθμες περίπου οικογένειες, που αποδίδουν ένα σύνολο 130-140 ατόμων). Το μέγεθος αυτό παραμένει, με μικρές αυξομειώσεις, ως τα μέσα του 18ου αιώνα, οπότε με τις στρατολογίες του «Reggimento Real Macedone» τριπλασιάζεται: φτάνει τα 400 άτομα, για να ξαναπέσει όμως στο κλείσιμο του αιώνα στα 200. Με τη δημιουργία του ελληνικού κράτους (που απορρόφησε, όπως ανέφερα, μεγάλο μέρος της ομογένειας του Εξωτερικού), ο αριθμός των μελών της κοινότητας επανήλθε στα παλαιότερα επίπεδα (κάπου στις 130-140 ψυχές, και στο κλείσιμο του 19ου αιώνα στις 100). Ωστόσο στον αριθμό αυτόν θα πρέπει ασφαλώς να συνυπολογιστούν και τα μη μετρήσιμα, ανενεργά μέλη της παροικίας και οι επίσης οι διερχόμενοι Έλληνες: Ως τις αρχές του 18ου αιώνα η Νεάπολη αποτελούσε τον πρώτο προορισμό και το εφαλτήριο σε όσους κατευθύνονταν προς την Ισπανία και τις ευρωπαϊκές και υπερπόντιες κτήσεις της. Αποτελούσε επίσης ενδιάμεσο σταθμό για τους πρόσφυγες και μετανάστες της ελληνικής Ανατολής, που αναζητούσαν νέες πατρίδες σε διάφορες περιοχές είτε της νότιας Ιταλίας είτε της Τοσκάνης, της Κορσικής, της Σαρδηνίας και των Βαλεαρίδων. Αυτοί λοιπόν εμφάνιζαν το Vico dei Greci σαν έναν πολύβουο ανθρώπινο μελίσσι. Μετά τη δημιουργία μάλιστα του ελληνικού κράτους άρχισαν να περνούν από το λιμάνι της Νεάπολης και το γειτονικό Castellamare di Stabia χιλιάδες Έλληνες ναυτικοί, οι οποίοι δεν εντάσσονταν βέβαια στην κοινότητα, άσχετα αν για ένα διάστημα αρκετοί από αυτούς φιλοξενούνταν σε δικά της καταλύματα.
Όπως και να το κάνουμε, η νεαπολιτανική παροικία δεν εμφάνισε τα εντυπωσιακά μεγέθη της αντίστοιχης της Βενετίας, στη συνέχεια της Τεργέστης και στις αρχές του 19ου αιώνα της Βιέννης (όπου οι Έλληνες μετρούνταν σε ορισμένες περιόδους σε κάποιες –λίγες πάντως– χιλιάδες). Η ανάγκη επίσης των Ελλήνων της Νεάπολης να διαφυλάξουν τη θρησκευτική και εθνική τους ιδιοπροσωπία, επέβαλλε και κάποιας μορφής περιχαράκωση έναντι του περιγύρου (του καθολικού ιταλικού, του ουνιτικού ιταλο-ελληνικού και του ορθοδόξου ιταλο-αλβανικού). Οι μικτοί γάμοι βέβαια δεν έλειπαν· προκαλούσαν μάλιστα προβλήματα στην κοινότητα, επειδή, όπως είπαμε, άνοιγαν την όρεξη σε νέους διεκδικητές της περιουσίας της. Ορισμένα επίσης από τα επίλεκτα μέλη της θέλησαν να επιτύχουν αντίστροφα –και πάλι με μικτούς γάμους– την κοινωνική τους άνοδο, εντασσόμενα στην élite της νότιας Ιταλίας, με συνέπεια τον πλήρη εξιταλισμό και γενικά την πολιτιστική και θρησκευτική τους αλλοτρίωση. Πάντως αξίζει εδώ να σημειώσουμε ότι η διαδικασία αυτή (αναπόφευκτη μετά την τρίτη γενιά) δεν συνοδεύτηκε πάντοτε με την άρνηση της ελληνικότητας: Έχουμε δείγματα ελληνικών οικογενειών της Νεάπολης (με καταγωγή από την Κορώνη, τη Μονεμβασία και τα Επτάνησα), οι οποίες, έχοντας καταφέρει να συγγενέψουν με σημαντικές οικογενειακές δυναστείες του ιταλικού Νότου, δεν έπαψαν να προβάλλουν επί αρκετές γενιές με υπερηφάνεια την ελληνική τους προέλευση (συχνά επικαλούμενοι και στις γενεαλογίες τους αμφισβητήσιμους βυζαντινούς τίτλους).
Ιστορικοί λόγοι επηρέασαν και τις κοινωνικές και επαγγελματικές επιλογές των μελών της παροικίας. Χωρίς να λείπουν οι ασχολούμενοι με τη βιοτεχνία και το εμπόριο, η πλειονότητά τους στράφηκε, όπως αναφέραμε πολλές φορές, στη στρατιωτική σταδιοδρομία. Είδαμε εξάλλου ότι ο πρώτος πυρήνας της παροικίας είχε σχηματιστεί τον 15ο αιώνα από stradioti, τους οποίους “διαδέχτηκαν”, κατά κάποιο τρόπο κατά τον 18ο και 19ο οι άνδρες του Reggimento Real Macedone και του διαδοχικού «Battaglione dei Cacciatori Macedoni». Το φαινόμενο, που συνεχίστηκε ως την έκρηξη της ελληνικής Επανάστασης, οφείλεται στο γεγονός ότι το βασίλειο της Νεάπολης (άσχετα από τους κατά περιόδους κυριάρχους του) είχε μετατραπεί για αιώνες (ως τα μέσα τουλάχιστον του 18ου αιώνα), σε προχωρημένο ανάχωμα (“antemurale”) απέναντι στην οθωμανική επεκτακτικότητα στην κεντρική και τη δυτική Μεσόγειο. Ήταν επίσης και το σταθερό ορμητήριο σε όλες σχεδόν τις ναυτικές εξορμήσεις των Ισπανών, των Φλωρεντινών και των ιπποτών της Μάλτας στο Λεβάντε. Γι’ αυτό άλλωστε και οι Έλληνες του Reame συνδύαζαν την έμμισθη στρατιωτική υπηρεσία με τις προσδοκίες τους για την εθνική αποκατάσταση, θεωρώντας την ανάμιξή τους σε αντιτουρκικές δραστηριότητες κοινή υποχρέωση και έναντι της υπόδουλης Ελλάδας και έναντι της δεύτερης πατρίδας τους, της Νεάπολης. Δεν είναι τυχαίο ότι στο Vico dei Greci εξυφαίνονταν τα περισσότερα από τα επαναστατικά κινήματα που πραγματοποιήθηκαν (ή απλώς σχεδιάστηκαν) κατά τον 16ο και 17ο αιώνα στην ελληνική χερσόνησο. Ενδεικτικά μόνο αναφέρω ότι η διπλή εξέγερση του μητροπολίτη Λαρίσης Διονυσίου του Φιλοσόφου στη δυτική Θεσσαλία το 1601 και στην Ήπειρο στα 1611 (η σημαντικότερη που σημειώθηκε στον ελληνικό χώρο, από την εποχή της Άλωσης ως τα Ορλοφικά του 1768), οργανώθηκε αποκλειστικά από επώνυμα στελέχη της ελληνικής κοινότητας της Νεάπολης.
Από την άποψη λοιπόν αυτή η παροικία έπαιξε, παρά το μικρό της μέγεθος, σημαντικό ρόλο στη διαρκή αναζωπύρωση του αντιστασιακού πνεύματος των Ελλήνων στα προεπαναστατικά χρόνια. Ακόμα και μετά την προσέγγιση των Βουρβόνων της Νεάπολης με τους Οθωμανούς στα 1740, οι Έλληνες του Reame δεν έπαψαν να αναθερμαίνουν τα ασίγαστα απελευθερωτικά τους οράματα, με πιο γνωστά τα παραδείγματα του Χωραφά, του ιδρυτή του Reggimento Macedone, και του Aντωνίου Γκίκα, γιου του διοικητή του Συντάγματος Στρατή: Και αν ο πρώτος περιορίστηκε σε εκκλήσεις (μερικές φιλολογικές) προς τη Ρωσία για την απελευθέρωση της Ελλάδας, ο δεύτερος, ο Αντώνιος Γκίκας, θα περάσει στη δράση, εντασσόμενος στην υπηρεσία των Ρώσων πριν και μετά τις επιχειρήσεις τους στις ελληνικές χώρες στα 1768-1770. Το ίδιο αφορά και δεκάδες άλλα μέλη, επώνυμα και ανώνυμα, των ελληνικών στρατιωτικών σωμάτων της Νεάπολης στα τέλη του 18ου και στην πρώτη δεκαετία του 19ου αιώνα.
Οι εναλλασσόμενοι κυρίαρχοι της Νεάπολης (Ισπανοί, Αυστριακοί, ακόμα και οι επαναστατικοί Γάλλοι) χρησιμοποίησαν τους Έλληνες μισθοφόρους και σε επιχειρήσεις στο εσωτερικό του βασιλείου: αρχικά για την εξουδετέρωση των γαλλόφιλων βαρόνων, στη συνέχεια της αντι-ισπανικής εξέγερσης του Massanielo στα 1647, των λαϊκών αντιδράσεων κατά την εφήμερη Παρθενόπεια Δημοκρατία (Repubblica Partenopea) του 1799 και, τέλος, στην καταστολή της ενδημικής ληστείας του ιταλικού Νότου. Τελικά με την έκρηξη της ελληνικής Eπανάστασης του 1821 οι περισότεροι Έλληνες βετεράνοι των νεαπολιτανικών στρατιωτικών μονάδων που προαναφέραμε (ακόμα και μετά την αναδιοργάνωσή τους το 1817 από τον φιλέλληνα Richard Church, τον μετέπειτα αρχιστράτηγο των Ελλήνων επαναστατών), έσπευσαν στην Eλλάδα, πραγματοποιώντας επιτέλους ένα όνειρο που είχαν και αυτοί, όπως και οι προγενέστεροι Έλληνες ομότεχνοί τους: να διαθέσουν δηλαδή την πολεμική τους εμπειρία και τη ζωή τους όχι υπηρετώντας ξένους ηγεμόνες, αλλά τη δική τους πατρίδα. Σε αυτούς υπολόγιζαν και οι συντάκτες του γενικού επιτελικού σχεδίου της Φιλικής Εταιρείας, όταν σημειώνουν ότι: 
Εἰς Νεάπολιν [...] εὑρισκεται ἕν σῶμα ἑλληνικοῦ στρατοῦ, οί όποῖοι [sic] μέ τό νά ἠξεύρωσι καλῶς τήν τακτικήν, συμφέρει νά εὑρεθῶσιν εἰς τήν Ἑλλάδα κατά ταύτην τήν περίπτωσιν, ὄχι μόνον διά νά συνεργήσουν, ἀλλά καί νά διδάξουν τούς ἡμετέρους τά τακτικά.
Ο στρατοκρατικός προσανατολισμός ενός μεγάλου τμήματος των παροίκων της Νεάπολης δεν εμπόδισε το “αστικότερο” στοιχείο της να στραφεί σε ειρηνικότερους τομείς. Αναφερθήκαμε ήδη λακωνικά στην ενασχόλησή τους με τη βιοτεχνία και το εμπόριο. Αλλά περισσότερο ενδιαφέρον ίσως παρουσιάζουν τα δείγματα των Ελλήνων της πόλης που καλλιέργησαν τα γράμματα και τις τέχνες. Για ενάμιση αιώνα περίπου αρκετοί εφημέριοι της εκκλησίας ήταν απόφοιτοι του Ελληνικού Κολλεγίου της Ρώμης (γι’ αυτό και προκαλούσαν τριβές στο εσωτερικό της κοινότητας). Κάποιοι επίσης καταγράφονται ως διδάσκαλοι της (αρχαίας) ελληνικής στο Studio Pubblico της Νεάπολης, άλλοι ως μέλη φιλολογικών και καλλιτεχνικών «Ακαδημιών» της πόλης. Αλλά το όνομα που λάμπρυνε την ιστορία της κοινότητας είναι βέβαια του καταγόμενου από την Κυπαρισσία της Πελοποννήσου ζωγράφου Βελισσαρίου Κορενσίου. Ο Κορένσιος δεν εργάστηκε μόνο σε ρωμαιοκαθολικές εκκλησίες και μοναστήρια της περιφέρειας της Νεάπολης, αλλά και στην εικονογράφηση (με ανάμικτο βυζαντινότροπο και δυτικό ύφος) της ελληνικής εκκλησίας (εξάλλου συμμετείχε και στη διοίκηση της Αδελφότητας). Έναν αιώνα αργότερα εργάστηκε στην παροικία και ένας λιγότερο γνωστός καλλιτέχνης, αλλά με συμμετοχή κι αυτός στα πράγματα της κοινότητας, ο Κεφαλονίτης λόγιος, ποιητής και ζωγράφος Ευστάθιος Καρούσος. Με το πέρασμα στον 19ο αιώνα έζησαν στη Νεάπολη για μικρά ή μεγάλα χρονικά διαστήματα αρκετοί Έλληνες λόγιοι και καλλιτέχνες, που ανανέωσαν, κάτω από νέους όρους, το πολιτιστικό κλίμα της μικρής αυτής ελληνικής εστίας.  Ανάμεσά τους συγκαταλέγονταν άλλοτε μερικά μόνιμα μέλη της κοινότητας (όπως π.χ. ο λαμπρός φιλόλογος Κωνσταντίνος Τριανταφύλλης, καθηγητής για μια εικοσαετία της νεοελληνικής γλώσσας και λογοτεχνίας στο Istituto Orientale της πόλης) και άλλοτε περιστασιακά (όπως π.χ. ο Ιάκωβος Πολυλάς, ο εκδότης των έργων του Διονυσίου Σολωμού). Ιδιαίτερος επίσης λόγος θα πρέπει να γίνει για την παρουσία στη Νεάπολη ως σπουδαστών και συνεργατών διάσημων μουσικών της παρθενόπειας πολιτείας των Επτανησίων καλλιτεχνών, που μετακένωσαν στον νεοελληνικό κόσμο την έντεχνη δυτική μουσική (και ιδιαίτερα το ιταλικό μελόδραμα), ιδρύοντας ταυτόχρονα και την εθνική μας μουσική σχολή· αναφέρομαι στον Νικόλαο Μάντζαρο, τον Σπυρίδωνα Ξύνδα και τον Γεώργιο Λαμπελέτ, για να μην επεκταθώ και σε άλλους, λιγότερο γνωστούς συνθέτες, μουσικούς εκτελεστές και μουσικούς παιδαγωγούς.

Αναστοχαζόμενοι σήμερα τη μακρά διαδρομή μιας μικρής, αλλά δυναμικής (όπως προσπάθησα να δείξω) ελληνικής κοινότητας της Νεάπολης, μπορούμε να καταλήξουμε σε κάποια πολύ γενικά συμπεράσματα: Καταρχήν συνδέθηκε στενά –ίσως «στενότερα» σε σχέση με άλλες ελληνικές παροικίες της Δύσης– με τον κοινωνικό της περίγυρο στην ενδοχώρα τής νότιας ιταλικής χερσονήσου και της Σικελίας (άσχετα από τις συγκλίσεις και αποκλίσεις). Αποτέλεσε επίσης μια από τις κύριες πύλες εξόδου των Ελλήνων από την ανατολική προς τη δυτική Μεσόγειο. Εκείνο που επίσης την ξεχώρισε ήταν η πρώιμη και δυναμική ανάμιξη των μελών της στο πολιτικό πρόβλημα της τουρκοκρατούμενης Ανατολής, όχι στην ιδεολογία (όπου άλλες εστίες της Ιταλίας έπαιξαν σημαντικότερο ρόλο), αλλά στην επαναστατική πράξη. Όλα αυτά έχουν κάπως μελετηθεί. Αλλά τα desiderata παραμένουν, όπως π.χ. για τη θέση της παροικίας στην πολιτιστική ιστορία της Νεάπολης, τόσο της πρώιμης νεότερης περιόδου (ας πούμε, κατά τον γόνιμο νεαπολιτανικό 17ο αιώνα), όσο –κυρίως–της όψιμης και σύγχρονης, από το τέλος του 18ου ως τον 19ο ή και τον 20ό αιώνα. Εξάλλου στην όψιμη περίοδο η ιδεολογική επιρροή των άλλων, άλλοτε ένδοξων ελληνικών παροικιών της Ιταλίας (π.χ. της Βενετίας) είχε αρχίσει να συρρικνώνεται. Αντίθετα στη Νεάπολη έχουμε αρκετά ενδιαφέροντα δείγματα, ιδιαίτερα στον πολιτιστικό τομέα, που φανερώνουν αξιοπρόσεκτη άνθηση. Τα δείγματα αυτά τα κατέγραψε επιμελώς ο Γιάννης Κορίνθιος, ανοίγοντας το δρόμο στη μελλοντική τους αξιοποίηση. Εξάλλου, το τεράστιο αρχειακό υλικό, που σώζεται στη Νεάπολη, αλλά και σε άλλα ιταλικά και ευρωπαϊκά αρχεία, περιμένει ακόμα τη σκαπάνη των νεότερων ερευνητών. Και είναι ευοίωνο το γεγονός ότι εδώ και μερικά χρόνια, δίπλα στους ιταλομαθείς Έλληνες, ήρθαν να προστεθούν και οι αυξανόμενοι σε αριθμό ελληνομαθείς Ιταλοί ιστορικοί, από τους οποίος αρκετοί μας έδωσαν ήδη ενδιαφέροντες καρπούς. Σ’ αυτούς λοιπόν εναπόκειται πλέον η ιστοριογραφική καταξίωση των ερευνητικών εκκρεμοτήτων, που σας ανέφερα δειγματοληπτικά, αλλά και η διεύρυνση των επιστημονικών γεφυρών ανάμεσα στους δυο αδελφικούς –ή, αν θέλετε, εξαδελφικούς– λαούς της Μεσογείου.  Σε τελευταία ανάλυση αυτό θα αποτελέσει και την εκ των υστέρων δικαίωση των «Κορωναίων» («ὧν καί τήν μνήμην ἐπιτελοῦμεν»), που κατάφεραν να στήσουν στον χώρο της αρχαίας Μεγάλης Ελλάδας τη δική τους ταπεινή νεότερη Μικρή Ελλάδα, η οποία όμως ξεπέρασε ήδη τη μισή της χιλιετία.
Σας ευχαριστώ.


Ο καθ. ΙΩΑΝΝΗΣ ΧΑΣΙΩΤΗΣ, κύριος ομιλητής της εκδήλωσης