La diaspora storica possedeva molteplici connotati. La diaspora fu non solo disseminazione, accoglienza e integrazione, ma anche dispersione; e questa dispersione fu spesso frutto della lingua recisa e della mancanza di contatti con la madrepatria e con le altre comunità diasporiche.
Tra la Grecia e l’Italia e gli altri paesi del Mediterraneo i flussi erano frequenti e costanti. Tuttavia fu proprio l’Italia meridionale ad accogliere con una generosità senza paragoni il maggior numero di queste popolazioni migranti.
La caduta di Costantinopoli e l’invasione ottomana nei Balcani e nell’Oriente greco scatenò infatti l’esodo e la grande fuga dei greci verso l’occidente.
La penisola italiana, e soprattutto Venezia e Napoli, offrì ai greci fuoriusciti una via di scampo; il Mediterraneo favorì certamente le nuove ondate migratorie.
L’esodo dei greci durante l’occupazione ottomana ebbe due caratteristiche peculiari: esso fu da una parte un flusso migratorio elitario, composto prevalentemente da singole personalità o da intellettuali che si dirigevano verso l’acco- gliente Europa e, dall’altra, una migrazione organizzata di masse consistenti tra le sponde del Mediterraneo.
Le popolazioni evacuate seguivano chiaramente itinerari precisi, sulla base di concessioni d’asilo ottenute in precedenza.
La storiografia attribuisce un’origine nobile alla diaspora greca giunta in Italia nel XV e XVI sec..
La fuga era l’unica via d’uscita per queste popolazioni greche della Morea in qualche modo compromesse durante il breve dominio spagnolo; occorre subito notare che l’esodo venne condotto dalla nobiltà locale, dai militari e dalla chiesa e che i fuoriusciti vennero dislocati in più città costiere [Napoli, Messina, Barletta ecc.], ove hanno ottennero dal regio erario dei sussidi per il loro sostentamento.
In pratica la diaspora da cui traggono origine le comunità nazionali di Napoli, di Messina, di Barletta e di altre città ancora fu una diaspora politica ben organizzata, una diaspora certamente non di diseredati.
I profughi e sfollati di Corone, Modone e Patrasso ottennero in breve tempo molti privilegi e gratificazioni, proprio per i servizi da essi resi a Carlo V; in un editto del vicerè Pietro di Toledo viene, infatti, specificato che i coronei usufruivano di tali immunità, franchigie, sovvenzioni e pensioni perchè avevano dimostrato ipsarum mayestatum fidelitatem ad unguem et inviolabiliter.
I coronei approdarono a Napoli durante il viceregno [1532-1553] di don Pedro Alvarez de Toledo, marchese di Villafranca.
Grazie a Carlo V e a don Pietro di Toledo gli sfollati della Morea trovarono grande ospitalità al momento del loro arrivo a Napoli.
Sappiamo con certezza che ondate migratorie di greci verso Napoli si verificarono a più riprese durante il ’500: nel 1532 da Corone, nel biennio 1532-1534 da molte città della Morea, nel 1536 principalmente da Modone e Patrasso, nel 1571 (dopo la caduta di Cipro e la battaglia di Lepanto) e nel 1592.
I gruppi diasporici che si stabilivano in città e paesi diversi si organizzavano in sodalizi e fratrie nazionali; essi godevano di numerosi privilegi e costruivano chiese, convitti, scuole e ospedali. Il culto costituiva non solo una mera pratica religiosa ma soprattutto un’occasione per socializzare e ribadire la coesione di ogni singolo gruppo diasporico nei paesi d’accoglienza.
Queste comunità svolsero un ruolo di primissimo piano nel mantenimento dell’identità etnica, nella conservazione della lingua madre e nella preparazione del risorgimento nazionale. Il risorgimento ellenico nacque infatti proprio tra le fila di questa diaspora.
Nei sodalizi della diaspora l’identità nazionale si confondeva con l’appartenenza religiosa. Indubbiamente i Greci hanno potuto, durante i quattro secoli di dominazione turca, mantenere la loro coesione, proprio grazie al loro spirito for- temente conservatore, all’attaccamento alla lingua, alla religione, ai costumi, alle tradizioni e, infine, ai loro forti pregiudizi.
Carlo V con privilegio del 15 settembre 1534 autorizzava la concessione della chiesetta del Paleologo ai Coronei per il libero esercizio del loro culto secondo il rito greco.
Carlo V elargiva, in data 22 marzo 1536, il proprio beneplacitum ai primi capitula et statuta del sodalizio nazionale.
La fratria dei greci di Napoli sorse così, a corollario di questo privilegio accordato, per amministrare il nucleo diasporico e la chiesa nazionale.
Grazie a questo primo statuto del sodalizio nazionale, i greci, da poco giunti a Napoli, ottennero:
- — il diritto di ponere, et levare a loro compiacimento li Cappellani de ipsa Ecclesia, senza che se ne intrica il Regio Cappellano Maggiore;
- — il notevole privilegio della chiesa di poter incamerare i beni lasciati nel territorio del regno da Greci privi di eredi legittimi o testamentari, in luogo del regio fisco [diritto di albinaggio];
- — e, in ultimo, la nomina di un regio delegato per seguire le pratiche di questa Reale Ecclesia.
La concessione del diritto di albinaggio, in luogo del fisco regio, fu un privilegio molto importante per la comunità greca di Napoli, perché proprio grazie ad esso la fratria riuscì a costituire nel tempo un proprio cospicuo patrimonio in mobili e immobili.
Bisogna quindi subito rilevare che i due privilegi del 1534 e 1536 sono da considerarsi fondativi della nazione greca di Napoli; grazie ad essi, la Universitas Graecorum diventava una comunità di forestieri pienamente riconosciuta.
I capitula del 1536 costituirono la base legale sulla quale si fondarono le successive capitolazioni del 27 aprile 1561, modellate sulle regole in vigore nella congrega di S. Giovanni Prodromo di Corone, città da cui traevano origine gran parte di questi greci di Napoli.
Nelle capitolazioni del 1561 veniva stabilito che la fratria aveva finalità non solo di culto ma anche di beneficenza solidale; infatti i mastri della stessa erano tenuti a prendersi cura delle necessità impellenti dei nazionali, specie al momento del loro arrivo in città, prestando loro soccorso e offrendo alloggio per una settimana.
Le capitolazioni del 1561 furono rinnovate e declarate di nuovo, cioè riformate e ampliate, in uno strumento pubblico del 12.9.1593, redatto dal notaio Francesco Tartaglia, secondo l’antico solito; questo atto notarile costituiva un nuovo statuto del sodalizio dei nazionali greci .
Da questo statuto del 1593 emergeva chiaramente che la confraternita aveva come scopi primari il culto e la beneficenza.
In data 6 marzo 1594, l’assemblea della fratria deliberò altri capitoli aggiuntivi allo statuto del 1593, depositati presso il notaio Giuseppe di Antonio; in essi veniva autorizzata, sulla base delle disposizioni testamentarie di Andrea Con- testabile, l’erogazione di elemosine-maritaggi a due o tre orfane greche su discrezione e responsabilità dei mastri e una volta presentate opportune referenze da quattro anziani greci e prese le dovute cautele da parte della chiesa in caso di morte senza figli delle maritande per la immediata restituzione della dote assegnata e l’assegnazione della stessa ad un’altra greca.
Lo statuto del 1593 e i capitoli aggiuntivi dell’anno seguente vennero ratificati durante la gestione [1586-1595] del viceré Juan de Zuniga, conte di Miranda. Il 21 dicembre 1599, durante il viceregno del primo conte di Lemos [1599- 1601], la confraternita aggiunse altri capitoli allo statuto del 1593, registrati dal notaio Rosanova, con nuove modalità circa l’erogazione dei maritaggi; secondo le nuove regolamentazioni da allora in poi le figliuole assegnatarie dovevano essere greche, battezzate e cresimate nella chiesa greca e dovevano contrarre il matrimonio obbligatoriamente sempre nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo.


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